Flora

V

egetazione mesofila

I versanti più riparati della Riserva ospitano boschi di grande valore percettivo e naturalistico, che costituiscono forse la vegetazione forestale di maggior interesse dell’intera area di Roma.
Lo strato arboreo è caratterizzato dalla dominanza di specie caducifoglie, come la farnia (Quercus robur), il carpino bianco (Carpinus betulus), e localmente il castagno (Castanea sativa), cui si accompagnano l’agrifoglio (Ilex aquifolium), a tratti abbondante, il cerro (Quercus cerris), il nocciolo (Corylus avellana) e, nelle situazioni più asciutte, il carpino nero (Ostrya carpinifolia); il sottobosco è ricchissimo di pungitopo (Ruscus aculeatus).
Queste sono inoltre l’ultimo rifugio o quasi, a Roma, per molte specie tipiche delle faggete e dei boschi submontani, tra cui la dentaria minore (Cardamine bulbifera), la mercorella selvatica (Mercurialis perennis), l’arisaro codato (Arisarum proboscideum), l’aglio pendulo (Allium pendulinum) l’anemone appenninica (Anemone apennina), l’euforbia delle faggete (Euphorbia amygdaloides) sono le più comuni.
I boschi freschi dell’Insugherata hanno però non poche somiglianze anche con il querco-carpineto, la vegetazione che copriva le pianure fluviali prima che queste avessero una destinazione agricola: il carpino bianco, e la farnia, specie legate alla superficialità della falda freatica, sono infatti gli elementi più rappresentativi di tale associazione.
Anche nello strato erbaceo sono comuni alcune tra le piante più caratteristiche del querco-carpineto e dei fattori ambientali cui è legato: il latte di gallina a fiori gialli (Ornithogalum pyrenaicum), la pervinca minore (Vinca minor), il ranuncolo favagello (Ranunculus ficaria), lo zafferano odoroso (Crocus suaveolens), il bucaneve (Galanthus nivalis).
Il periodo più favorevole per osservare le splendide fioriture che tappezzano queste formazioni va da inizio marzo a maggio.
I boschi caducifogli della Riserva dell’Insugherata si possono considerare una dimostrazione vivente, della potenzialità del clima dell’area di Roma anche per una vegetazione molto più fresca di quella che vi si può generalmente osservare ai giorni nostri.
Questa predisposizione, che oggi solo qui si realizza pienamente, era molto evidente ancora in tempi storici, come confermano, ad esempio, testimonianze di un Lucus Fagutalis (da fagus, faggio) di epoca romana, o toponimi come Via del Fagutale.
L’origine della particolarità biologica di Roma si perde in tempi remoti, quando sull’Europa gravava una spessa coltre di ghiacci. Dopo l’ultima glaciazione (circa 10.000 anni fa) le condizioni idonee alla faggeta (medie annue tra 9 e 12 oC) risalirono dalle basse zone di rifugio dove erano scese nel periodo freddo, verso le quote attuali. Questo processo subì però dei ritardi in corrispondenza delle aree che per il proprio assetto geomorfologico erano in condizioni climatiche più fresche, cosicché i nuclei di faggeta qui presenti dovettero perdere il contatto con il contingente principale, in risalita verso i rilievi appenninici. Il progredire del riscaldamento ha poi causato la scomparsa delle specie legate ad un clima più schiettamente fresco (tra cui, ad esempio, il faggio stesso) e la comparsa di elementi mediterranei o originari delle aree di fondovalle (cioè dal querco-carpineto).

V

egetazione termofila

I versanti più assolati e le ristrette aree sommitali non coltivate della Riserva sono ricoperti da un complesso di vegetazione forestale che è forse il più caratteristico dell’area romana.
La sughera (Quercus suber), che dà il nome da tempo immemore all’area (antico Fundus Surorum), la roverella (Quercus pubescens) e il cerro (Quercus cerris), le specie arboree che nell’Insugherata distinguono in particolare queste cenosi, nel territorio circostante crescono infatti indifferentemente sui versanti delle esposizioni più diverse. Questo perché le millenarie attività umane, e oggi anche il surriscaldamento prodotto dall’enorme area urbana, hanno causato un generale inaridimento del suolo e di conseguenza l’alterazione dell’ambiente verso gli aspetti più termofili. La diffusione della sughera nella Campagna Romana sembra sia inoltre stata favorita dalla tipica economia agropastorale e alla antichissima pratica dell’utilizzo del fuoco per aprire nuovi pascoli, alla quale la sughera è particolarmente resistente. Nei tratti semipianeggianti, dove permane un certo ristagno d’acqua, il cerro è spesso accompagnato dal farnetto (Quercus frainetto) Oltre alle specie citate, è abbondante l’orniello (Fraxinus ornus), specie dalla grande adattabilità, e tra gli arbusti la fillirea (Phillyrea latifolia) e il citiso trifloro (Cytisus villosus). Negli stadi di degradazione del bosco, oppure dove le caratteristiche geomorfologiche non permettono l’evoluzione del suolo, si sviluppa una vegetazione di macchia, composta da cisto femmina (Cistus salvifolius) e dalle più tipiche sclerofille (a foglia coriacea) dell’areale mediterraneo, come il lentisco (Pistacia lentiscus), il mirto (Myrtus communis), l’erica arborea (Erica arborea), la stracciabraghe (Smilax aspera) e l’alaterno (Rhamnus alaternus), che , d’altro canto, possono entrare a far parte dei mantelli boschivi, insieme al nespolo (Mespilus germanica) e al corniolo (Cornus mas). A differenza di quanto ci si possa attendere, il leccio (Quercus ilex), cioè la specie più caratteristica della vegetazione mediterranea, è praticamente assente da queste formazioni, mentre compare in piccoli e densi raggruppamenti nei tratti più inclinati dei versanti ombrosi, in corrispondenza di affioramenti rocciosi.
Il periodo in cui si possono ammirare più specie in fiore nello stesso momento, nei boschi caldi dell’Insugherata va da aprile a giugno; tra le piante più caratteristiche e belle troviamo la viola soave (Viola suavis), il ciclamino primaverile (Cyclamen repandum) (mentre il ciclamino napoletano – Cyclamen hederifolium – fiorisce in autunno), la silene italiana (Silene italica), l’aristolochia rotonda (Aristolochia rotunda), la stregona comune (Stachys officinalis), l’erba perla azzurra (Buglossoides purpurocaeruleus).
Le parti più rade di questi boschi ospitano inoltre una cospicua popolazione di una delle tre specie della Riserva sottoposte a tutela completa nel Lazio, e cioè il raro gigaro a foglie sottili (Biarum tenuifolium), una aracea dalla particolarissima infiorescenza trappola.

V

egetazione igrofila

L’assetto geomorfologico della Riserva permette anche l’esistenza di ampie formazioni vegetali igrofile (legate all’umidità del suolo), che assumono grande importanza in quanto ovunque in via di rarefazione. Lungo i fossi principali si sviluppa la tipica vegetazione ripverdanae, della quale il costituente fondamentale è il salice bianco (Salix alba), al quale si accompagnano, con frequenza molto inferiore, altre specie di salice (S. triandra, S. caprea) e i pioppi: il nero (Populs nigra), il bianco (P. alba) e il tremulo (P. tremula). Più sporadicamente possono essere presenti esemplari isolati di farnia (Quercus robur), spesso imponenti, scampati alla distruzione della vegetazione di fondovalle, che in origine era in contiguità con quella ripverdanae. Sotto la copertura arborea, una fitta coltre di ortica (Urtica dioica) occupa la fascia esterna, mentre quella prossima all’acqua è ambiente ideale per carici (Carex pendula, Carex olbiensis) e veroniche acquatiche .
Nei tratti interessati da sbancamenti recenti (non rari negli ultimi anni), le sponde presentano una vegetazione fitta e poco evoluta, in cui abbondano il rovo (Rubus ulmifolius), il cardo mariano (Silybum marianum), il farfaraccio maggiore (Petasites hybridus), la sambuchella (Sambucus ebulus), la canapa acquatica (Eupatorium cannabinum) e l’equiseto (Equisetum telmateja). Questi tratti vengono spesso colonizzati, piuttosto che dalle specie arboree originarie, dalla robinia (Robinia pseudacacia), leguminosa nordamericana ormai entrata stabilmente della nostra Flora, grazie alla sua notevole efficienza di diffusione vegetativa.
Nei tratti secondari del reticolo idrografico, oppure all’interno delle formazioni boschive, il salice viene spesso sostituito dall’ontano (Alnus glutinosa) come principale costituente della vegetazione ripverdanae.
Nelle valli principali della Riserva (Valle dell’Insugherata e Valle della Rimessola), esistono inoltre vaste aree acquitrinose perenni, di fondamentale importanza per il ciclo vitale di moltissimi organismi animali, nelle quali si possono osservare i più tipici elementi della vegetazione palustre e rimanere affascinati dalla sua primitiva bellezza: è impossibile non notare la tifa (Typha latifolia) e la cannuccia di palude (Phragmites australis), con le loro vistose infiorescenze, né passano facilmente inosservati giunchi (Juncus capitatus, J. inflexus, J. bufonius) e zigoli (Cyperus longus, C. fuscus), oppure le macchie di colore offerte dalle fioriture, ad esempio, del ranuncolo strisciante (Ranunculus repens), del garofanino d’acqua (Epilobium hirsutum) e della salcerella comune (Lythrum salicaria).